Analisi

Hai mai ghostato qualcuno? Ecco perché succede anche ai colloqui di lavoro

Ristoratore solo nel suo locale vuoto guarda un CV stampato, con scritta GHOSTED su carta strappata in stile collage editoriale anni 70

Hai presente quella sensazione? Mandi un messaggio dopo un primo appuntamento, aspetti la risposta, e quella risposta non arriva. Mai. Nessuna spiegazione, nessun "scusa, non mi interessa". Semplicemente, l'altra persona sparisce.

Si chiama ghosting. E se pensi che sia un problema solo delle app di dating, c'è qualcuno che vorrebbe parlarti: è il ristoratore che ti ha fatto un colloquio martedì, ti ha detto "ci vediamo lunedì alle 7", e lunedì alle 7 tu non c'eri.

Lo stesso fenomeno, le stesse cause

I numeri sono impressionanti da entrambe le parti (le fonti sono tutte in fondo all'articolo).

Nel dating, l'80% dei millennial dichiara di essere stato ghostato almeno una volta. Il 64,5% ammette di averlo fatto. Da comportamento marginale, il ghosting è diventato la norma: un'opzione di default per uscire da una conversazione senza dover spiegare niente a nessuno.

Nel mercato del lavoro, i numeri sono altrettanto pesanti. Il 48% dei candidati ha interrotto le comunicazioni durante un processo di selezione. Il 46% non si è presentato a un colloquio fissato. Il 7% ha accettato un'offerta e non si è presentato il primo giorno (fonte: Greenhouse 2024). Tra i Gen Z, la percentuale sale all'87%: quasi nove su dieci hanno ghostato almeno una volta un datore di lavoro (fonte: IHRIMedia / Harris Poll).

Le cause sono le stesse in entrambi i contesti.

Il paradosso della scelta

Lo psicologo Barry Schwartz lo ha descritto anni fa: quando le opzioni sono troppe, scegliere diventa impossibile. Sulle app di dating, lo swipe infinito crea l'illusione che ci sia sempre qualcuno di meglio alla prossima schermata.

Nel mercato del lavoro succede la stessa cosa. Ci si candida a decine di offerte senza nemmeno leggerle per intero, si accettano colloqui senza aver capito bene di cosa si tratta, e poi si rinuncia all'ultimo perché nel frattempo è arrivato qualcosa che sembra meglio. O semplicemente perché ci si è dimenticati.

Chi aspetta dall'altra parte, intanto, non sa niente. Ha preparato il colloquio, ha liberato un'ora, ha magari già pensato a come organizzare il turno. E resta lì.

La mediazione digitale fa il resto. Quando l'interazione passa attraverso uno schermo (un messaggio su Tinder, una mail di conferma colloquio), il costo emotivo della sparizione crolla a zero. Non devi guardare negli occhi la persona che stai lasciando senza risposta. Non vedi la sua faccia quando capisce che non verrai. Lo schermo ti protegge dall'imbarazzo. Ed è esattamente questo che rende il ghosting così facile, così diffuso, così normale.

Il circolo vizioso che nessuno racconta

Ecco il punto che cambia la lettura del fenomeno: il ghosting nel mercato del lavoro non nasce dal nulla. Il 77% dei candidati dichiara di essere stato ghostato da un'azienda. Hanno mandato il CV, fatto il colloquio, aspettato una risposta che non è mai arrivata. Nessuna mail, nessuna telefonata. Silenzio.

E cosa fanno dopo? Ghostano a loro volta. Gli esperti lo chiamano payback: una ritorsione che il candidato mette in atto replicando esattamente il comportamento che ha subito. Il sistema si avvita: le aziende ghostano i candidati, i candidati ghostano le aziende, e il livello di fiducia reciproca scende a zero.

Solo il 27% delle aziende dichiara di non aver ghostato nessun candidato nell'ultimo anno. Il 27%.

E nella ristorazione?

La ristorazione è il settore più colpito in assoluto. Il 95% dei team di recruiting nella ristorazione dichiara di subire ghosting o abbandono da parte dei candidati. Novantacinque per cento.

Il motivo è strutturale: i costi di transizione per il candidato sono bassissimi. Cambiare locale è facile, le offerte sono tante, e tra maggio e settembre il mercato è in fibrillazione. E il processo di selezione, in troppi casi, è ancora troppo lungo: il 35% dei candidati ghosta perché il processo è lento. Il 73% abbandona le candidature che richiedono troppo tempo. Il 40% non vuole spendere più di 15 minuti su un modulo (fonte: CareerPlug 2024).

Ma c'è un lato che non si racconta mai: il costo umano di quel no-show.

Quando un candidato accetta un turno e non si presenta, il ristoratore non perde solo un nome su un foglio. Perde una copertura per il servizio della sera. Qualcun altro del team dovrà coprire quel buco, lavorando di più, con meno pause, con più stress. I clienti riceveranno un servizio peggiore. E il ristoratore, che magari ha già investito tempo nel colloquio, nella prova, nella formazione iniziale, riparte da zero.

Il costo medio di onboarding è di circa 1.800$ negli Stati Uniti (poco meno di 1.700€). E il 35% delle aziende spende zero in questo processo, creando quello che gli esperti chiamano nonboarding: nessun investimento nel legame col nuovo arrivato, nessuna ragione per lui di sentirsi parte di qualcosa (fonte: IHRIMedia).

Cosa ci insegna Hinge

La cosa interessante è che le app di dating hanno già trovato una risposta. Hinge, l'app che si definisce "progettata per essere cancellata", ha introdotto una funzione chiamata "Your Turn Limits": se hai troppi messaggi in sospeso a cui non hai risposto, non puoi iniziare nuove conversazioni. Devi prima rispondere o chiudere quelle aperte.

Il risultato: +20% di reattività. Il 48% degli utenti ha iniziato a concentrarsi sulla qualità delle interazioni invece che sulla quantità (fonte: Hinge, "Your Turn Limits" Global Launch 2024).

Il principio è semplice: se il sistema ti obbliga a chiudere prima di aprire, sparire diventa più difficile. E la qualità delle relazioni migliora.

Nella ristorazione, il principio si traduce così: processi di selezione veloci (l'89% dei candidati vuole essere intervistato entro una settimana), comunicazione costante e trasparente, conferma a 48 ore dall'inizio del turno. Il candidato non è inaffidabile per natura. Il sistema attuale rende troppo facile sparire.

Il punto non è la colpa

Se sei un lavoratore della ristorazione e stai leggendo questo, non ti stiamo accusando. Ti stiamo dicendo una cosa che probabilmente sai già: dietro quell'offerta di lavoro a cui non hai risposto, dietro quel turno a cui non ti sei presentato, c'era una persona che ti aspettava. Un ristoratore che aveva organizzato il servizio contando su di te. Un team che ha dovuto coprire il tuo posto.

Il tuo tempo vale. Ma anche il loro.

E se sei un ristoratore, la riflessione vale anche per te: ogni candidatura a cui non rispondi, ogni colloquio dopo il quale sparisci, alimenta lo stesso circolo vizioso che poi subisci. Il ghosting è un sistema. Smettere di leggerlo come colpa individuale è il primo passo. Si rompe quando qualcuno decide di rispondere, anche quando la risposta è no.

Questo tema è approfondito nel capitolo "Recruiting" di Oltre il Menù (Topic Edizioni, 2026), dove si analizza l'intero processo di selezione dal punto di vista del candidato e del ristoratore.

Fonti

  • Greenhouse 2024 State of Job Hunting Report (2.500 lavoratori, USA/UK/Germania)

  • IHRIMedia / Harris Poll 2023 (ghosting neoassunti, Gen Z, costi onboarding)

  • SHRM 2025 Talent Trends Report

  • Campaioli et al. 2022 (ostracismo digitale)

  • Freedman et al. 2019 (destiny beliefs e ghosting)

  • Jaggi & Saxena, IJCRT (impatto psicologico del ghosting)

  • Hinge, "Your Turn Limits" Global Launch 2024

  • Barry Schwartz, "The Paradox of Choice"

  • CareerPlug 2024 Candidate Experience Report

  • Randstad Workmonitor 2025

GustoHR

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L'autore

Luca Lotterio

Luca Lotterio

CEO e co-founder Restworld · Autore di Oltre il Menù

A 15 anni facevo le consegne in motorino, quando ancora non c'erano le app. Avevi lo stradario sotto la sella e le vie te le imparavi una per una. Poi è arrivata la sala. Ho lavorato come cameriere in Italia e all'estero: Edimburgo, l'alta Valle Maira tra le Alpi al confine con la Francia, il litorale di Latina, e Torino tra bar, ristoranti e catering. Nel frattempo studiavo psicologia del lavoro. Avevo capito che mi interessava studiare il lavoro, non solo farlo. Negli stessi anni ho viaggiato parecchio. Erasmus in Spagna e in Romania, periodi all'estero un po' ovunque in Europa. Cercavo di guardare quello che avevo intorno con occhi nuovi, di mettermi in discussione ogni volta. Viviamo pieni di bias, di pregiudizi, di stereotipi: sono il modo in cui la testa fa economia per arrivare a sera. Il lavoro è smontarli uno alla volta, pian piano, dove si riesce. Quello che vedevo in sala mi convinceva di una cosa: questo settore meritava di più. Meritavano di più le persone che ci lavoravano dentro. Strumenti più seri, condizioni più chiare, un rapporto meno disequilibrato con chi le assumeva. Restworld è nata da lì, nel 2020. Oggi è la piattaforma di ricerca e selezione del personale per il fuori casa italiano: la usano più di 1.000 ristoranti, hotel e gruppi della ristorazione, e ci sono registrati oltre 200.000 lavoratori del settore. Aiutiamo le aziende ad assumere e a far crescere le proprie squadre. Automatizziamo la selezione, tracciamo i dati, lavoriamo sulla retention. L'AI sta dietro le quinte: fa il lavoro che altrimenti toglierebbe tempo al rapporto tra chi assume e chi viene assunto. Nel 2026 ho scritto Oltre il Menù con Matteo Telaro (Topic Edizioni, prefazione di Ferran Adrià). È un manuale di HR per la ristorazione.

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